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  • ArtistsAndBands

    29 aprile 2010, di Martina "Sunrise" Zanzi
    (http://www.artistsandbands.org/ver2/recensioni/recensioni-album/924-worlich-no-destination)

    Provo orgoglio lo devo ammettere! In questi ultimi due mesi ho avuto delle gran belle soddisfazioni e con questo gruppo il mio ego romagnolo sta gongolando inverosimilmente.La prima cosa che ho pensato quando ho schiacciato il tasto play è stato: Ma sono italiani? dopodiché potete solo immaginare la faccia che ho fatto quando ho letto Ravenna/Forlì.

    Delicato, sensibile, equilibrato, soffuso e certamente poco italiano, No Destination cala la maschera e ci mostra un viso bianco come la ceramica, levigato come la seta, morbido come un letto di piume. Un album che rasenta il capolavoro nostrano, notturno, mistico e per certi versi cupo. "Majorette" è il brano più scolpito dell'intero album, una sorta di vagabondaggio fra le strade dei Pixies e dei Smashing Pumpkins, chitarre pesanti che si trascinano i brandelli di carne seguendo un ottimo ritmo dato dalla batteria. Affiora successivamente la dolcezza di "Moon" che, grazie soprattutto ad uno pseudo falsetto vocale, da quell'immagine precedentemente descritta, quel letto di piume che si librano nell'aria fotografando uno scenario perfetto sotto la luce di una notte di luna piena. Il basso non a caso è protagonista in questo pezzo, quasi a generare il rumore silenzioso della notte. "Sugarbones" rallenta ancora più il ritmo ma cambia scenario. Si trascina in una melodia intima e dolcissima allo stesso modo di quando ci si sveglia la mattina accanto alla persona che si ama, per poi diventare acuta e cinica in "Hell".
    L'Indie americano approda in "Crash Test Babies" dandogli un tocco fugace e allusivo, quasi distorto mentre il bellissimo intro alla Pat Garret & Billie The Kid di "Bending Around Obstacles Like an Ocean Wave Hitting a Buoy" genere un Folk che si attenua man mano che si procede all'ascolto del brano. Stupenda è il soffuso tocco della chitarra di "Winter Comes Again" per poi riprendere da dove si era iniziato con "Transitoria-Tempus Fugis" spaziale e dinamicamente aperta. La "Japanese Bonus Track" inizia con un sound che sembra uscire dagli esercizi di chitarra di un bambino per poi sfumare nel nulla, un vero e proprio fantasma il cui corpo composto da sette note.

    Sensazionale nel vero senso della parola. Un tripudio di percezioni evocate dalla bravura melodica di questo enigmatico gruppo.

    Brani suggeriti: Tutti
    (85/100)
  • ArtistsAndBands

    7 febbraio 2011, di Giada
    (http://www.artistsandbands.org/ver2/recensioni/recensioni-demo-ep/769-worlich-im-glad-ep)

    I Worlich entrano nella scena musicale nel 2004, dopo anni di incontri fortuiti grazie ai quali si è giunti alla line-up definitiva. Questa band emiliana/romagnola inizia già da subito a comporre e suonare brani originali e, dopo alcuni anni di fatica e dedizione, realizzano nel 2009 l’album intitolato No Destination. L’anno dopo i quattro musicisti ritornano al lavoro e pubblicano, così, I’m Glad EP.

    L’EP si apre con “Tilia” dal sound leggero, colorato dalle voci che si giustappongono e che danno un tono molto orecchiabile al refrain. Il working-guitar è molto buono come si può notare sia in questo brano che in quello successivo, intitolato “The Bye-Bye Song”. Già dalla prime note si delineano sonorità più rockeggianti; si tratta di una canzone di addio che narra la storia di un giovane musicista e del suo stato d’animo dopo la perdita della sua amata cagnolina. Infine viene ricreata una nuova atmosfera con l’ultima traccia, “Oversleeping”. A far da padroni vi sono i riff di chitarra, mentre come background riaffiorano i cori. Questi ultimi scompaiono nella seconda parte, interamente strumentale, caratterizzata da tratti più alternative e particolarmente suggestivi.

    Sebbene questo lavoro contenga pochi brani, si può chiaramente cogliere l’essenza musicale della band. Il loro sound si presenta privo di fronzoli e volutamente semplice, ma non per questo di poco valore.
  • bjorko dio

    22 febbraio 2012, di Mcguffin
    (http://dundundudu.blogspot.it/2012/02/worlich-no-destination.html)

    Praticamente, dovete sapere che quando questi worlich ci hanno contattato per ricevere una recensione, e ci hanno mandato il file con tutta la loro "rassegna stampa", mi sono reso conto, come al solito, che noi di bjorko dio siamo sempre gli ultimi ad arrivare. Difatti, potete trovare recensioni di questo album, e dell'EP che ne è seguito, su moltissime webzine italiane, a partire dagli amici di defeated sounds, fino ad arrivare a quei famosoni di rockit. Ho sentito più volte l'album, e ho lett o le varie recensioni; il punto in comune tra tutte queste è stato l'utilizzo del termine "nostalgico". Perché no destination è un album nostalgico?
    Vi ricordate mellon collie & the infinite sadness? Certo che ve lo ricordate. Quel doppio rappresentava da solo la sintesi di un paio di decenni, con ogni brano che raccoglieva la sfida lanciata dai generi che l'avevano preceduto.
    Bene, No destination, si può dire, è un progetto simile. Un progetto che non è innovativo, non intende essere una rivoluzione, non ha la presunzione di cambiare il mondo della musica. È, al pari del lavoro degli smashing pumpkins che ho citato prima (e gli smashing pumpkins sono forse l'influenza più evidente che agisce sui worlich), una nottola di minerva, un lavoro che si poggia sul passato, e che lo richiude abbottonandolo ben bene. Non ci sono sono gli anni '90, in questo album, c'è anche una discre ta porzione degli anni '00, dai blur al punk blues dei white stripes, ai pixies (sugarbones è pur citazionismo). Diciamo che è un alternarsi di pezzi fuzzosi e stonati molto anni duemila, e pezzi tenerelli e acusticheggianti molto anni novanta.
    Diciamo che, per chi ha vissuto questi due periodi, questo LP sarà una madeleine.
    Tempus fugit.
  • defeated sounds

    6 febbraio 2012, di dr.nick
    (http://defeatedsounds.blogspot.it/2011/02/worlich-im-glad-ep-2011.html)

    Oggi belli miei riparliamo dei Worlich, progetto tutto italiano di cui avevo già scritto qualche boiata tempo fa. All'epoca vi presentai il loro ottimo disco, datato duemilanove, mentre oggi vi propongo il loro ultimo, recentissimo EP.
    Per i dettagli tecnici vi basti sapere che contiene tre brani per un quindici minuti circa di durata complessiva, nei quali siamo felici di notare una certa evoluzione del sound, da com'era due anni fa.
    I primi due brani, "Tilia" e "The Bye Bye Song" sono due pezzi molto molto orecchiabili che strizzano l'occhio al punk cazzaro, mantenendo sempre una certa vena lo-fi che li rende praticamente senza tempo. L'ultimo, al contrario, è un lungo sogno semi-psichedelico da otto minuti che pian piano si dissolve sotto i nostri occhi e le nostre orecchie fino a quando il silenzio stesso non ci sembra parte integrante del brano; molto interessante. Al solito, è tutto vostro.
  • Heart of Glass Recensioni

    16 dicembre 2010, di Gus
    (http://heartofglass.altervista.org/blog/?p=3347)

    I primi passi di una band sono i più spassosi, i più veri, quelli che manifestano meglio la loro indole. Almeno a parer mio, ed il mio parere conta, fidatevi di Gus! Oggi navigando in quell’oceano cibernetico che voi chiamate internet, mi imbatto nei Worlich, il cui nome sembra quello di qualche mostriciattolo da b-moovie horror anni ottanta, invece ha un retrogusto di assalto bellico, robe da “desert storm”. Ciò che mi fa storcere il mio broncio mattutino è la storia di questa giovanissima band nata tra i banchi di scuola. Tra incontri casuali ed ovvietà da liceo, il momento che ritengo affascinante è quando su di un bateau mouche sulla Senna i nostri conoscono il loro futuro batterista. Eh già, il rock è fatto di aneddoti, e questo se sapientemente romanzato può diventare una simpatica arma di seduzione …

    I Worlich iniziano subito dalla montagna più alta ed impegnativa: la realizzazione di un lp. Un fottuto 33 giri, quindi minutaggio elevato e un sacco di idee “coerenti” da tirare fuori dal cilindro. No Destination è il risultato coraggioso di una band che suona quel rock-pop speziato anni ottanta (alla maniera di Black Francis e Kim Deal), non privo di incidenti e piccole indecisioni. Majorette incredibilmente è il filo conduttore sprezzate dell’intero album. Nel senso che se la prima impressione è data dal primo brano, allora si rischia un madornale errore. Un power chord ansimante, molto vintage nel suo tentativo d’imitare l’undergrond più adiacente all’industrial, eppure questo brano nasconde un fascino oscuro, con quel “non so” che mi ricorda (ma è mattina e potrei sbagliarmi!) i Turbonegro più invincibili.

    Il riff iniziale e portante di Sugarbones rassomiglia ad un omaggio a Where is my mind?, un bubblegum pop abbastanza acido, che gioca sui duetti di chitarra costipati da un basso che ogni tanto alza la testa per far sentire il proprio rombo. Sorprende la nenia di Crash Test Babies, uno spaccato generazionale molto livido e sincero: «We’re crash test babies we’re always here fireworks in my glass and champagne», come se i Radiohead ghiglittinassero Yorke e lo sostituissero con la zucca pelata di Corgan. Coadiuvante per la malinconia.

    Stelle filanti anni ottanta per Laws of Gravity, che sembra uscito dritto dritto da Siamese Dream, decisamente più convincente la ballata sensazionale di Bending around obstacles like an ocean wave hitting a buoy, ricca di pathos grazie ad un azzeccato backing vocal: uno dei pezzi migliori del disco. Gli amplificatori si riaccendono con piglio elettrico in Transitoria/tempus fugit, fulgidamente ambigua nella sua evoluzione ottimamente arrangiata ed abile a cambiare pelle in 8 corso d’opera: una concept song originale, ben strutturata e degna come canzone di chiusura nei live.

    Ribadisco, coraggiosi i Worlich e bravi pure. Mettere assieme un album intero non è una passeggiata, anche se la soluziona ep sarebbe stata più semplice, immediata e magari avrebbe focalizzato meglio l’attenzione sui brani più riusciti e più personali. Il debito verso i Pumpkins si sente, ma c’è da dire che sono veramente pochi gli avventati che suonerebbero così …
  • Heart of Glass Recensioni

    28 febbraio 2011, di Poisonheart
    (http://heartofglass.altervista.org/blog/?p=3822)

    Tornano su Heart of Glass i Worlich, ed è sempre un benvenuto. Stavolta sorprendono con un ep dalle atmosfere acustico-contemplative, svolta interessante che fa scattare subito il primo clap clap clap per la capacità di rovesciare lo schema dell’album con il carroarmato (No Destination), approdando ad una dimensione completamente nuova, molto evocativa, se volete un parallelo beh … pensate a Jar of Flies degli Alice in Chains.

    I’m Glad è un ep che racchiude solo tre brani, ma tanto basta perchè questo possa diventare un piccolo cimelio da collezione. Buona struttura delle canzoni, che si slegano dalla logica versechorus- verse, molto più oltraggiosamente sperimentali rispetto al passato. Tilia è succo puro fino al midollo, schiarito da una chitarrina acustica che modella le dinamiche di una lunga scalata verso orizzonti non prevedibili. La sofferenza del cantato, che cresce e cala senza sottotitoli e senza un preciso schema, ma che si coagula con la struttura sonora che a metà del brano tocca vette memorabili. Stavolta la band concentra tutte le proprie forze nei dettagli e questo è limpidamente ascoltabile, nei delicati soffi del synth nel momento in cui dialoga con quei sostenuti tocchi di batteria sul charlestone. Uno dei migliori brani che abbia sentito ultimamente, e credetemi ne sento parecchie ogni settimana …

    The Bye-Bye Song contiene l’ironia giusta per seguire degnamente alla precedente, un indie al rovescio che coinvolge per semplicità ed originalità. Azzeccata la scelta dei cori in una funzione bubblegum dai colori sgargianti, per non parlare della versatilità compositiva per un brano che non si sa mai da che parte è venuto e dove possa ancora andare. Che abbiano sfruttato le Strategie Oblique di Eno? Sarebbe da chierdeglielo … I Worlich sono bravi ad migrare verso altre sonorità, stavolta il ricordo dei Pumpkins nelle loro composizioni è vago e sgrammaticato; un passo che mi è piaciuto, segno di maturità artistica e di grande senso per la musica. Eppure il bello deve ancora venire.

    Oversleeping è un complesso viaggio sonoro e sonico, intriso di groove, feedback, silenzi ed evocazioni, figli di una sperimentazione senza genitori, che segue puramente l’istinto: una sorta di omaggio alla no-wave newyorkese. Se l’intro del brano è un filotto di riffs pressurizzati e di echi latenti e spiazzanti, nella parte centrale del brano si assiste alla vera ricerca di “quel suono”, esatto proprio quello, tramite balbettamenti illogici ed aleatori: una sorta di bagno depurativo nel Gange della musica. Fatta tabula rasa di qualunque concetto musicale (non di meno come una rivoluzione sociale!), da questo momento in poi un malato synth crea una 17 cappa fumosa nel quale resuscita la chitarra, mentre batteria e basso si attengono ai loro compiti ben dentro la linea bianca del campo da gioco. Un brano spiazzante e che non t’aspetti, come del resto tutto lo schemo dell’ep, invaso da una sorprendente carica d’ispirazione … e se serve ribadirlo, vi prego, ascoltatelo perchè ne vale davvero la pena!
  • muromag

    17 novembre 2011, di Teo Filippo Cremonini
    (http://www.muromag.com/2011/11/worlichil-loro-hobby-e-iscriversi-ai.html (dead link))

    "Il loro hobby è iscriversi ai social network"

    Scherzano nella loro biografia quando recitano il titolo dell'articolo, anche se un fondo di verità in tutto ciò c'è : sono iscritti a circa 10 siti di diffusione musicale ma la cosa più importante è che tutti i loro lavori sono disponibili in free download.
    Credono nel mezzo multimediale ( internet) ma soprattutto vogliono far arrivare la loro musica a tutti ; parliamo di Pop , sono di Ravenna e Forlì , e sono sotto etichetta discografica Creative Commons.
    Nel 2009 esce il primo EP dal titolo "No Destination" un lavoro da 10 pezzi , completo ricordano ( e non è un male) i tempi dei migliori Smashing Pumpkins , la fortuna è che io amo quel gruppo , detto questo per restare su qualcosa di più attuale quest'album è molto simile a quello d'esordio dei The Pains Of Being pure at heart.
    Molto anni 90 più Rock di quanto si possa credere , è un buon debutto per questi ragazzi , per chi poi ama il genere una piacevole scoperta.
    Nel 2011 invece arriva "I'm Glad" 3 soli brani , cambiano leggermente il contorno malinconico "chitarristico" resta il collante eppure l'EP è meno Rock dopo 2 anni , i testi e le atmosfere ( per quello sentito) sono più mature , il salto di qualità c'è è tangibile all'ascolto eppure io voglio di più.
    Credo che in attesa del 2019 dove verrà rilasciato il loro greatest hits , arriverà l'album di consacrazione definitiva, non scordiamoci che sono giovani ma indubbiamente in due lavori hanno combattuto per due atmosfere in evoluzione , quindi il colpo di genio è dietro l'angolo , e i Worlich sono gli artefici.
  • Music Reviews 2.0

    7 maggio 2010, di Emilio Cattolico
    (http://musicreviews2p0.altervista.org/?p=75 (dead link))

    La guerra senza destinazione dei Worlich.

    Si scrive “Worlich” e si pronuncia “War Lecch”, guerra sanguisuga. Dopo tutto con un carro armato in copertina dal vago sapore kubrickiano qualcosa del genere dovevamo pur immaginarlo. Questo è uno dei tanti gruppi che nasce quasi per caso con un destino segnato fin dai tempi della scuola, o meglio di una gita scolastica: evento decisivo nel 2004 con la consacrazione definitiva della line-up che ancora oggi ritroviamo in questo “No Destination”. Dieci tracce che sintetizzano il lavoro e le influenze maturate dal gruppo a cinque anni dalla formazione. Fuori i fronzoli senza senso di un certo rock-pop adolescenziale contemporaneo, dentro i riff sporchi che per quasi un ventennio hanno dominato la musica internazionale. Moltissime le ballad presenti in questo lavoro. Tutto a base di Seattle e Grunge il primo brano “Majorette”. Suoni ruvidi e bizzarri giochi di voce che non lasciano dubbi sulle influenze artistiche del gruppo a metà strada tra Ravenna e Forlì.. Ascoltando le bellissime “Moon” e “ Laws of Gravity”, ma anche il brano “Crash test babies” diventa fin troppo facile giocare all’indovinello “a quale gruppo internazionale somigliano’”. Inutile nasconderlo, gran parte di questo album trova ispirazione dal genio, anni novanta, di Billy Corgan e dei suoni mai dimenticati Smashing Pumpkins. Cosi simili che in alcuni momenti chiudendo gli occhi si ha come l’impressione di ascoltare proprio la sua voce. Niente di male, per carità. Anzi fa piacere ascoltare un giovane gruppo che affonda la sua ottima creatività musicale in gruppi che non ha mai visto suonare. Lontani ormai anni luce da qui. “No Destination” disco, pubblicato gratuitamente, è da considerarsi il primo vero lavoro di questo gruppo emiliano. Non una demo ma la prima di una serie di autoproduzione. Auguriamoci, a discapito del titolo dell’album, di reincontrarli nella loro prossima destinazione.
  • GLI OSSERVATORI ESTERNI

    23 novembre 2010, di Orazio Martino aka Orasputin
    (http://www.osservatoriesterni.it/underground/l-underground-chiama )

    Cercasi corriere per spedizione oltreoceano. Missione: consegnare tra le mani di Billy Corgan un gioiello di musica fabbricata a mano, bussare alla porta della testa pelata più geniale degli ultimi vent’anni. Prima superare l’Atlantico tocca però fare un salto in terra britannica, roccaforte dello shoegaze anni Novanta. Ad attendervi, un paio di ex membri degli Slowdive.

    A proposito di “No Destination”, mai si era udito, dalle nostre parte, un sound dalla caratterizzazione così fresca e nostalgica. Descrivere questo disco sarebbe come immaginare una nevicata in piena primavera, un temporale di chitarre distorte.

    La produzione volutamente minimale, le accelerazioni tra Eels e Kurt Cobain, il songwriting eccezionale, lo piazzano tra le sorprese più elettrizzanti di questo 2010 italiano.

    “Japanese Bonus Track” è un incidente tra Smashing Pumpkins e Low con testimoni i Mum, l’apertura di “Majorette” un vecchio demotape rubato ai Queens Of The Stone Age, “Sugarbones” un rituale esoterico nel tentativo di richiamare i fantasmi degli Smog. Tutte le canzoni seguono un preciso filo logico, ritornelli e scappatoie vocali vengono concepiti grazie ad una facilità di scrittura disarmante.

    I frangenti più dimessi del disco possiedono l’efficacia di una tisana prima di mezzanotte, il crescendo di “Laws of Gravity” è un lento risveglio concepito in ottica post rock. Sono i momenti più malinconici e dimessi ad accendere raffiche di brividi sulla nostra pelle.

    Negli anni Novanta si è sperimentato di tutto, molte delle band si sono perse per strada. Ai Worlich va perciò riconosciuto un merito, quello di aver omaggiato (con una brillantezza unica) le sensazioni di un intero decennio, di averne rimarcato i passaggi chiave, i momenti esaltanti, risolvendo quel cubo di Rubik che molti predecessori avevano fracassato al primo tentativo.

    Un esordio al fulmicotone, citazionista, autoprodotto.
  • rock e i suoi fratelli

    18 marzo 2011, di Vil Trio
    (http://www.rockeisuoifratelli.it/2011/03/18/reviews-from-jamendo-worlich/)

    I Worlich sono un quartetto romagnolo che suona una miscela di indie-folk e psichedelia discreta, con una forte connotazione acustica e lo-fi.
    Il prodotto che mettono a disposizione su Jamendo si chiama “I’m glad” ed è un EP composto da tre pezzi per poco più di un quarto d’ora di musica serena anche se a tratti malinconica.

    Il trittico si apre con Tilia, introdotta dal quattro di batteria. Il brano si snoda attorno ad una ritmica volutamente sgangherata, accordi appena distorti e leggermente dissonanti. I cori di sottofondo, una chitarra riprodotta al contrario e le parole giuste al momento giusto (“[...]Sunshine[...], col quel tono a metà tra spleen e ottimisto) fanno il resto, mantenendo alta la tensione e coducendo verso il necessario (e liberatorio) pa-pa-pa-pa finale, per un brillante esempio di ballad indie, che potrebbe situarsi nei territori egregiamente conquistati dai nostrani Zen Circus.
    Discorso simile per The bye-bye song che sembra scritta avendo bene in testa le linee guida dettate a suo tempo dai Neutral Milk Hotel. Alla lunga introduzione per chitarre balbettanti si sostituisce infatti una corposa sequenza di chitarre leggermente distorte e doppia voce arrabbiata, che colora il narrato interrompendosi di tanto in tanto con oh-oh che spezzano e rendono la strofa davvero ben riuscita. Così come i successivi intermezzi: incalzanti, urlati col tono da cameretta (che fecece la fortuna dei Pixies) e conclusione improvvisa a spiazzare l’ascoltatore, a completare un altro bell’episodio di indie-pop.
    Nella conclusiva Oversleeping quattro schiocchi, schitarrata e melodia sobriamente psichedelica ci accolgono in un viaggio di oltre otto minuti che ci porterà molto più lontano. Si incede in maniera non troppo sostenuta, atmosferica, con il bel lavoro degli effetti a fare da tappeto ad una voce di tanto in tanto narrante, in secondo piano. Il riff sornione e fin troppo riconoscibile porta in sé un quarto di secolo di produzioni a bassa fedeltà, dai primi R.E.M. agli episodi più caldi dei Say Hi.
    La lunga coda psichedelica fatta di rumori, distorsioni accennnate, corde pizzicate e batteria sussurrante si installa concettualmente nel filone inaugurato (dalle nostre parti) dalle spore dei Marlene Kuntz e portato avanti dagli ultimi Verdena. Sarebbe forse stato efficace un richiamo (sarcasticamente accennato proprio allo scadere) alla strofa. Invece così Oversleeping rimane un (gradevole) animale a due facce forse troppo sconnesso. Probabilmente una mossa che dal vivo riscuote grande successo.
    20 “I’m glad”, in tre canzoni, ci mostra una band capace di creare tra fraseggi di chitarra e testi ben calibrati atmosfere gradevoli. I Worlich indugiano in omaggi e autoindulgenze solo quando la situazione lo richiede, sfruttano la potenza liberatoria delle chitarre appena distorte e dei ritornelli piazzati al momento giusto, rielaborando la lezione del lo-fi e della retorica do it yourself in maniera originale e assolutamente riuscita.

    Brano consigliato: Tilia
  • rockit

    25 settembre 2012, di Chiara Angius
    (http://www.rockit.it/recensione/11289/worlich-no-destination )

    La tentazione so che è forte, ma se becco ancora le vostre mappe mentali ad associare gli anni '90 a Take That, All Saints, Backstreet Boys, o ancora peggio, vaneggiare collegamenti bizzarri nominando l'eurodance, giuro, che come punizione vi mando a fare i sudditi in Inghilterra, a spalmare olio di cocco a Elton John, a imparare tutte le coreografie delle canzoni delle Spice Girls. Per i più recidivi: terapia di gruppo con Céline Dion e Cher.

    Quando con la mente si ripercorre questa decade non ci devono essere tentennamenti o strafalcioni di alcun tipo. Gli anni '90 sono: Weezer con il Blue album, Smashing Pumpkins con “Mellon Collie and the Infinite Sadness”, Pixies con “Trompe le Monde”, My Bloody Valentine con “Loveless” e i Pavement con “Wowee Zowee” (sì, potete aggiungere anche un po' di grunge e post-rock). Se per malasorte vi vengono pensieri peccaminosi, correte subito ai ripari: fate partire “No Destination” dei Worlich.

    Quarantacinque minuti studiati appositamente per teletrasportarci nei solchi più soddisfacenti di quel rock passato senza tempo. Perché questo disco arriva proprio da lì, fuoriuscito da un varco spazio-temporale, che lo ha esiliato nell'epoca: stare tutto il pomeriggio catatonici davanti a Mtv, solo per aspettare il video “Smells Like Teen Spirit” dei Nirvana.

    L'estetica generale del disco la possiamo cogliere già con le prime tracce (“Majorette”,“Moon”): giri di basso pieni alla Kim Deal, voce suadente alla Billy Corgan, chitarre grevi alla Scott Kannberg, che lasciano spazio anche a trame più rarefatte alla My Bloody Valentine. Tutto tradotto con un codice sonoro che tende all'equilibrio informale, trasognante, a tratti decadente, cupo, costantemente elegiaco.

    Non è l'ennesima “operazione nostalgia”, assonanze e differenze che concedono a “No Destination” una propria identità distintiva ci sono. Il leggero tocco lo-fi - l'album, infatti, è stato interamente registrato e prodotto da Nicola Serafini, cantante-chitarrista - che riscatta le 10 tracce da troppa leziosità compositiva. Pezzi come “Bending Around Obstacles Like an Ocean”, “Winter Comes Again” riescono a sfiorare con una delicata semplicità, scenari che ammiccano al folk, donando la giusta freschezza all'economia del disco. Riuscitissima anche la ballata “Sugarbones”, perfetta dicotomia fra tensione ed estensione emotiva.

    Sicuramente un buonissimo lavoro, dall'eleganza internazionale, fruibile da un vasto pubblico, non da 110 e lode, certo, alcune piccole sbavature sussistono (passaggi in alcuni casi troppo forzati, dove il groove non si riempie e svuota con precisione), ciò non toglie che è un disco che consiglio vivamente. Appuntatevi il loro nome nella lista dei gruppi da monitorare.
  • rockit

    15 luglio 2011, di Costanza Bongiorni
    (http://www.rockit.it/album/13546/worlich-im-glad-ep )

    Gli Worlich sono una band emiliana, nata ai tempi del liceo. Il nome si pronuncia War Leech e non c'è nessun significato per questo nome, che deriva da un lapsus di un ragazzino delle medie, amico del cantante.

    Le canzoni degli Worlich hanno un' atmosfera malinconica e seducente che d'impatto ricorda gli Smashing Pumpkins, ma che rimanda anche al suono dei Sonic Youth. La voce ha aspetti in comune con quella di Billy Corgan, ma sono presenti richiami anche a Chris Martin dei Coldplay, gruppo da cui gli Worlich sembrano riprendere alcuni arpeggi dalle sonorità nostalgiche.

    I testi dell'EP hanno un'atmosfera che sembra emergere dall'inconscio, sono come uno stream of consciousness, vagamente/abilmente sconnessi. Succede in "Tilia", succede soprattutto in "The Bye Bye Song", canzone d'addio che condensa quella certezza per cui diamo sempre per scontato l'amore di qualcuno. "It's the first week of december and i'm writing this song for you bye-bye": così danno il loro addio a quel qualcuno che se n'è andato e forse non tornerà. Dai testi alle musiche, gli Worlich danno vita a un alternative rock leggero e malinconicamente piacevole, decisamente indie.
  • saltinaria

    16 novembre 2009, di Selenia F.M.
    (http://www.saltinaria.it/recensioni/cdpromodemo/5950-worlich-no-destination-cd.html )

    Worlich è un gruppo tutto romagnolo concepito in una serata invernale sulla Senna, in un bateau mouche. "No Destination" è realizzato interamente da Nicola Serafini all'interno del progetto Worlich e contiene dieci brani. Ricco e avvolgente.

    Già dal primo ascolto del brano di apertura "Majorette" si assaporano note dagli ingredienti torbidi, palpitanti nebbiosi e struggenti dei mondi Smashing Pumpkins, Cure, Pixies.

    Un percorso a ritroso nelle strade che ci riportano al rock anni '90.

    In "Moon" una malinconia sottile pervade il cuore, è una sensazione ereditata da Air e Radiohead… diviene poi una piacevole, latente nostalgia che si culla nelle pieghe di bassi e chitarre stile Cure. In "Sugarbones" atmosfere Pixies e distorsioni Paviment, come in un'intima visione verso un esterno piovoso mentre un caldo rifugio protegge e culla l'anima.

    In "Hell" e "Crash test baby" altre sonorità familiari come Placebo e My Bloody Valentine ma miscelate in modo singolare e poetico, i suoni sembrano scuotersi e divenire più incalzanti ed emotivi.

    La voce efficace muta cangiante mentre si veste delle parole, una voce che a tratti sogna e ricorda, rivendica, ostenta e provoca.

    Questo lavoro insomma non è un treno in ritardo, è piuttosto un viaggio in cui la partenza e l'arrivo non hanno importanza, è un fluttuare di intimi spiriti.

    In "Transitoria/tempus fugit" la filosofia di "No Destination" diviene chiara: emergere da realtà precostituite che sembrano dejàvu, rinascere dalle ceneri per muoversi come atomi, coscienti e liberi, fluttuare a suon di Rock in un presente esteso all'infinito.

    Spontaneo, nostalgico e avvolgente "No Destination" merita, per cui fermate il tempo… senza badare alla meta finale… l'itinerario verso luoghi mai esplorati sarà così anche familiare e sarà di certo molto più significativo.

    Bel viaggio.

    Voto: 7.5/10
  • soundmagazine

    12 novembre 2009, di micheal
    ( http://www.soundmagazine.it/blog/2009/11/12/no-destination-di-worlich/) )

    I Worlich sono un gruppo romagnolo attivo dal 2004 che giunge ora alla pubblicazione del loro primo lavoro "No Destination". Nonostante siano una formazione stabile, questo album è stato interamente scritto, eseguito, registrato e prodotto fieramente in bassa fedeltà dal cantante/chitarrista Nicola Serafini.
    Quello a cui ci troviamo di fronte è un tributo con il cuore in mano al meglio della musica rock anni 90. Impossibilie non sentire il richiamo degli Smashing Pumpkins dopo le prime due tracce, impossibile rimanere indifferenti alle piccole gemme che seguono, in un mix micidiale di Pixies, Weezer e perchè no, anche i My Bloody Valentine nei momenti più rarefatti. Pezzi come "Sugarbones", "Crash Test Babies", "Laws Of Gravity" e "Winter Comes Again" sono da brividi sulla pelle, mentre le canzoni restanti fanno la loro bella figura in un lavoro che pur essendo fortemente debitore dell'ultimo decennio del secolo scorso, risulta comunque fresco e ispirato, segno che la lezione 90's è stata totalmente metabolizzata e rielaborata in chiave personale. Non mi nascondo, questo è un album che vale la pena ascoltare, specialmente se siete nostalgici di quel periodo. Il disco, pubblicato gratuitamente sotto una licenza creative commons, è da considerarsi appunto un vero proprio album ufficiale, e non un demo o una semplice compilation di pezzi ad uso promozionale. Sarà il primo di una serie di uscite autoprodotte, una scelta, quella del diy, che li lega ancora di più agli anni 90.
    Fate un salto su nodestination.tk, scaricatevi "No Destination" e ascoltatelo ripensando a quegli anni (chi li ha vissuti). Potrebbe scapparvi qualche lacrimuccia.
  • undergroundzine

    29 ottobre 2009, di LIDEL
    (http://www.myspace.com/l39undergroundzine/blog/516320628 )

    I WORLICH SONO UNA BAND PROVENIENTE DA FORLì/RAVENNA AUTRICE DI UN ALBUM DI 10 PEZZI DAL TITOLO -NO DESTINATION-. REALI (E NON COME SPESSO ACCADE) INFLUENZE COME NIRVANA, PIXIES, BEATLES, SMASHING PUMPKINS, WEEZER, CURE. L'ALBUM SPECIE NEI PRIMI 2 PEZZI MAJORETTE E MOON MI RICORDA QUEL GRANDISSIMO CAPOLAVORO SENZA TEMPO CHE SI CHIAMA -MELLON COLLIE AND THE INFINITE SADNESS- PER QUEL SUO MODO DI ESSERE COSì ALTERNATIVE COME NON SE NE SENTIVA DA TEMPO, LA TERZA TRACCIA -SUGARBONES- è UN MISTO TRA SMASHING PUMPKINS-PIXIES- WEEZER PER UNA CANZONE DI PURO STAMPO ROCK POP ANNI90. CRASH TEST BABIE MI RICORDA UNA BAND COME I MOTORPSYCHO PER L'ATMOSFERA RAREFATTA CHE PERMEA LA CANZONE. IL RESTO DELL'ALBUM RIMESCOLA UN Pò LE CARTE MA L'IDENTITà è BEN DELINEATA TRA LE BAND DA ME CITATE. L'ALBUM è CONCESSO TRAMITE LICENZA CREATIVE COMMONS OVVERO POTETE DISTRIBUIRLA A CHI VOLETE PERò DOVETE SEMPRE SPECIFICARE CHI è L'AUTORE E NON POTETE USARE I PEZZI PER SCOPI COMMERCIALI. INTERESSANTI

    VOTO: 85/100

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  • Music Reviews 2.0

    25 giugno 2010, di Val Ventura
    (http://musicreviews2p0.altervista.org/?p=1268 (dead link))

    Su Music Reviews 2.0 abbiamo i Worlich, gruppo ormai esistente da quasi 10 anni, ma il loro primo album "No Destination" vede la luce solo nel 11 settembre 2009. Parlateci del vostro inizio, so che prima eravate solo in due e poi il vero gruppo, come lo si conosce oggi, si formò grazie alla Senna…

    Fabio Betti: Sì è vero, abbiamo iniziato destreggiandoci fra demo scherzose e pretese di originalità… un lungo e laborioso processo, personale e collettivo, che ci ha portato a maturare un certo senso musicale e ad affinare le nostre capacità creative in relazione a ciò che stavamo sentendo da una vita, o anche in un dato momento… Abbiamo iniziato io e Nicola e poi si sono aggiunti anche Francesco e Daniele a dare una maggior profondità e spessore a quello che era già una sorta di nucleo, un punto d'origine da cui partire.

    Nicola Serafini: Esatto.. Abbiamo iniziato per gioco, scrivendo delle canzoni acustiche punk\psichedeliche sui nostri professori.. Ogni tanto ce le ricantiamo a vicenda e ci mettiamo a ridere come dei coglioni.. Poi, durante i due o tre anni prima di diventare una vera e propria band di quattro elementi, siamo maturati come musicisti, e complici anche i nostri ascolti, abbiamo iniziato a lavorare a vere e proprie canzoni nostre. Il gruppo in quanto tale esiste quindi da circa sette anni.
    Ah sì, la Senna.. E' tutto vero. Eravamo in gita a Parigi ed una sera abbiamo preso il bateaumouche. Daniele era seduto dietro di noi e ci ha chiesto se avevamo degli auricolari.. o delle pile, non ricordo. Ci siamo subito messi a parlare dei White Stripes, degli Strokes e di tutta quella scena che stava venendo fuori e stava sovvertendo il dominio incontrastato delle boyband degli anni 2000. Francesco invece lo conoscevo di vista già dalle elementari, poi ci siamo conosciuti meglio quando per sei mesi abbiamo suonato assieme in un gruppo, nel 2002.

    Daniele Piovaccari: Una bella storia divertente da raccontare sulla nostra nascita.. non trovate?ahahaha.. io suonavo la batteria da un paio di anni ma non avevo trovato ancora nessuna ispirazione per un gruppo, quell'incontro ha dato il via al tutto..

    La data dell'uscita dell'album ha a che fare con le Twin Towers?

    NS: E' stato un po' per caso.. La prima settimana di settembre stavo finendo le ultimissime cose e iniziavo a pensare a che giorno farlo uscire.. Per l'11 sarebbe stato pronto, e poi era venerdì.. i dischi non escono di venerdì?.. E' un giorno come un altro..

    FB: Dici che può essere considerata minaccia terroristica?

    L'album è stato prodotto interamente da Nicola Serafini, cantante del gruppo. Eravate tutti d'accordo al riguardo? Non c'è stato quel momento in cui avete pensato che forse il cantante aveva preso un po' più la parola…

    FB: Diciamo che questo disco è il frutto di un lungo periodo di tempo in cui sono successe cose, passati dischi, state scritte canzoni. Alcune di queste canzoni sono state provate a lungo in sala e attualmente fanno parte del nostro "repertorio live" mentre altre invece sono rimaste abbozzate e lasciate a maturare. Era fisiologico che trovassero prima o poi uno sbocco creativo e sono contento che sia successo, a prescindere dal modo. E anche se grandissima parte del lavoro è di Nicola penso che in fondo si possa ritrovare un po' l'anima della band e dei suoi singoli membri ovunque, nel disco, il che lo rende anche più autentico.

    Francesco Garoia: E' giusto così. I Worlich sono stati partoriti dalla testa di Nicola ed è lì che si devono sviluppare. Mai creduto alle band dove non c'è un leader ma le canzoni vengono create da tutti i componenti democraticamente, magari tenendosi per mano e guardandosi negli occhi amoreggianti, seduti in circolo. Se non fosse stato per sua spontanea iniziativa, 'No destination' non sarebbe mai venuto alla luce: ben vengano altri mille cd in questa maniera.

    DP: Piena libertà a Nicola.. nessun problema a riguardo. Quello che mi interessa davvero è trasportare dal vivo No Destination e trasmettere al pubblico ciò che sento con questo lavoro..

    NS: ..a dirti la verità non so neanche fino a che punto può essere utile analizzare la questione o darci troppo peso. Anche se è stato fatto in questo modo "No Destination" è a tutti gli effetti un disco dei Worlich. Come diceva Fabio le 10 canzoni sono roba nostra, non solo mia. L'intenzione non è mai stata quella di impormi come Vigo il Carpatico sugli altri tre. I gruppi fanno uscire canzoni e dischi, e lo fanno come possono. In effetti spiegare la cosa è un po' strano perché finora abbiamo sempre lavorato in questo modo. E comunque LOL per "il cantante": sono prima di tutto un chitarrista nel gruppo, poi mi sforzo anche di cantare.. ma fondamentalmente non so fare.

    Tutte le voste reviews (ArtistAndBands, Music Reviews 2.0, SaltinAria, SoundMagazine, Undergroundzine) non fan altro che descrivere il vostro sound molto influenzato dagli Smashing Pumpkins, Cure, Pixies e My Bloody Valentine . Vi sentite in questa categoria? Quale sono state le vostre influenze che vi hanno portato ad iniziare il progetto Worlich?

    FB: Sì, fra l'enorme numero delle band che ci hanno influenzato possiamo riconoscere queste fra le principali, ma più che altro parlerei più di "generi" e tendenze. Siamo da sempre particolarmente vicini all'alternative rock, all'indie, alle cose shoegaze della fine degli anni '80, e anche al power pop dagli anni '70 fino ad oggi… senza trascurare il fatto che sia io che Nicola siamo generalmente piuttosto onnivori in questo senso e personalmente mi sento affezionato un po' a tutto ciò che ascolto…

    NS: Sì sì, ci sta, sono tutti gruppi per noi fondamentali, anche se ce ne sarebbero tantissimi altri da aggiungere. Personalmente io ascolto quasi tutto e non mi sono mai fatto troppi problemi sul genere. Un giorno magari ascolto i Nine Inch Nails e quello dopo i Beach Boys. Finisco con l'essere influenzato da tutto ciò che vedo e sento, anche dalle cose imposte dal mainstream. Non ho problemi ad ammettere che ogni tanto alla radio esce un singolone da top 20 che mi piace e mi diverte, e che mi fa dire "che figata quell'effetto sul basso alla fine.. e quell'eco che si sente alla fine del ritornello.. che bella voce che ha lei..". Non a caso dietro a cose del genere ci sono quasi sempre dei grandi nomi della produzione. Sono molto interessato a queste cose, se ascolto una canzone da qualche parte, invece di dire "che merda di gruppo" prima provo sempre a cercarci un qualcosa di interessante, e spesso qualcosina la trovo, che mi fa dire "non ci avevo mai pensato.. prendo nota". Può essere il modo in cui entra la voce la prima volta, oppure la struttura stessa della canzone. Lavorando da solo ai miei pezzi ormai probabilmente una parte della mia mente si è abituata a ragionare come un produttore. C'è tanto da imparare da Strawberry Fields Forever o da Monkey Goes to Heaven o da Good Vibrations come c'è da imparare da Empire State of Mind, Umbrella o I Gotta Feeling. Separo in maniera abbastanza netta quella che può essere la canzone in quanto tale dalla proposta artistica (spesso imposta dalla casa discografica o addirittura inesistente, se pensiamo ad una boyband..) o dal cosidetto "hype". Per esempio ci sono molte "pietre miliari" della storia della musica che mi fanno schifissimo, poi magari mi capita di sentire il disco acustico autoprodotto da due teenager americani che mi fa rimanere a bocca aperta..

    Una domanda un po' ovvia ma credo che sia d'ordine farla: che significa Worlich?

    NS: E' un nome che per molti anni mi sono tenuto da parte e che poi ho proposto quando ci siamo formati.. Non ha un significato.. Tecnicamente è un cognome.

    Come band in cosa vi distinguete dagli altri acts che ci sono in giro al momento?

    FB: Mah, mi è capitato spesso di farmi questa domanda e non sono ancora riuscito a darne una risposta razionale… penso che in questo caso non si possa prescindere dalle sensazioni; il nostro sound è qualcosa di difficilmente definibile, perché è molto eterogeneo… anche sentendoci "live" si può avere un facile riscontro di questo… e non succede solo perché io e Nicola scriviamo comunque secondo i nostri diversi stili, ma anche perché siamo simili nel cercare cose diverse tra loro. E' una cosa che fondamentalmente nasce dalla grande varietà di influenze che ci hanno contaminato e dal nostro bisogno di spaziare attraverso di esse.

    NS: E' una domanda molto difficile.. ..ti posso dire che non abbiamo mai avuto nessuna pretesa, abbiamo sin dal primo giorno semplicemente fatto le nostre cose con naturalezza, per noi stessi, per divertirci. Non siamo una di quelle band che prima di salire sul palco devono indossare la tutina da rocker, o calarsi in chissà quale stato d'animo tormentato. Non ci è mai interessato provare niente a nessuno fondamentalmente, il discorso forse è tutto qui. Da parte mia al momento non c'è neanche nessuna ambizione di carriera.. I Worlich sono essenzialmente il nostro hobby.. Come fai a non considerare il tuo gruppo come il tuo hobby quando vedi su FossiFigo (Pronti al Peggio) che i componenti dei gruppi italiani più importanti fanno tutti lavori che potrebbero fare i tuoi genitori? Ho abbandonato molto presto la fase da teenager "saremo i nuovi Nirvana, ci riempiranno di soldi e la gente farà la fila per vederci".. Abbiamo partecipato a qualche contest ma solo per il fatto di avere una data in più per poter suonare.. All'ultimo al quale abbiamo partecipato ho risposto malissimo al tipo che ci aveva presentato, prima di lanciare il televoto tra i presenti, perché avevano scritto male il nostro nome sul cartellone, questo forse ti fa capire quanto me ne fregasse della competizione.. Secondo me.. siamo uno di quei gruppi che o ti piace (anche perché magari ti piacciono le band che ci influenzano) o semplicemente non capisci, credo sia una questione di lunghezza d'onda.. il segnale arriva\il segnale non arriva.. Quasi tutti i nostri conoscenti anche se ci sorridono e ci dicono "bravi" non ci capiscono, stesso discorso per i nostri genitori.. è una cosa a pelle. Ogni tanto qualcuno mi fa "mh.. dovreste cercare di essere più.. tu canti in modo troppo.. fate un genere un po'..", io di solito annuisco e sorrido ma nella mia testa penso "ma taci, che non sai neanche quante corde ha una chitarra."..

    Mi piace che sia così, i Worlich sono roba nostra, ed avere gente che ci segue, si interessa a noi, o poter rispondere ad interviste come queste facendo quello che facciamo è una grande soddisfazione.

    Cosa volete raggiungere attraverso quest'ultimo lavoro?

    NS: Non c'erano obiettivi specifici col disco, se non fare un album che fosse bene a fuoco, con un suo sound, immaginario, feeling. Avere un campo di azione totalmente libero, ma allo stesso tempo cercare di rendere il tutto molto accessibile, quindi seguendo anche quelle che possono essere le regole ed i vincoli del pop\rock.. senza avere la pretesa di scrivere una nuova pagina della storia della musica..

    FB: (Un po' più di considerazione non sarebbe male…)

    DP: quoto Fabio.. un po' di considerazione e poter suonare, suonare tanto.

    Ho letto che proprio – "Transitoria/Tempus Fugit" è dove "la filosofia di No Destination diviene più chiara" (SaltinAria) – in cosa sta la vostra filosofia? E se siete d'accordo che quella traccia vi caratterizza…

    FB: Non so se ci caratterizza, però sicuramente è uno dei pezzi più riusciti del disco…

    FG: Sulla filosofia, non saprei dove stia. Sulla traccia, personalmente non sono d'accordo. La mia canzone preferita, quella che mi balza alla mente per prima quando penso a tutto il progetto, è "Mirrors Are More Fun than Television", che però non mi risulta registrata da nessuna parte e con la quale chiudiamo i concerti. Grungettona, cazzona, potente: mi sfoga e mi diverte.

    NS: Probabilmente è giusto considerarla il momento in cui si tirano le fila di tutto l'album, ma non so fino a che punto si può parlare di filosofia.. Mi capita di scrivere dei testi usando frasi che mi suonano bene, registrare e poi capirli dopo mesi.. Mi è letteralmente capitato, con qualche pezzo dell'album: li ho riletti dall'inizio alla fine e ho pensato "ah, ecco di cosa parla questa, non ci avevo mai fatto caso"..

    Andando sul "personale", uno degli album che sono appena usciti che volete consigliare ai nostri lettori?

    FB: Mah, mi è capitato di recente e quasi per caso di imbattermi in un disco che non pensavo così bello e così carico di atmosfere stranianti e allo stesso tempo coinvolgenti, a tratti psichedelia pura, ma prevalentemente indie/post-rock, è un bel concentrato di Alt Rock. Si chiama "Hospice", degli Antlers.

    FG: L'ultimo bello e meritevole comprato è "Nightbook" di Ludovico Einaudi… ma è già passato un po' di tempo, mi sa…

    NS: Di uscite recenti senza dubbio"Sea of Cowards", il secondo album dei Dead Weather. Esaltante. Jack White è una fottuta leggenda vivente ma non tutti l'hanno capito, ancora.

    Dato che l'album è uscito l'anno scorso, si ci aspetta uno nuovo al più presto?

    FB: Speriamo, sì… sarebbe bello riuscire a creare qualcosa anche dai vari altri pezzi che suoniamo da un po' ma che non siamo mai riusciti a incidere.

    NS: Senza dubbio nei prossimi mesi usciranno un po' di nuove canzoni, per il momento slegate da un contesto album, e che quindi potranno o meno fare parte di una futura nuova pubblicazione vera e propria. Siamo costantemente al lavoro su nuovi pezzi comunque, il materiale non ci manca e non ci è mai mancato.. Potremmo benissimo registrare e far uscire un disco ogni tre mesi ma sappiamo già tutti in partenza che il risultato sarebbe mediocre..

    Ci sono alcune date in programma?

    NS: Al momento nessuna, siamo nella nostra fase Sgt. Pepper, ma senza l'LSD.. In realtà finora non abbiamo mai dato troppa importanza ai live, per ora abbiamo sempre suonato non troppo lontano da casa, giusto per divertirci.. Magari in futuro potremo pensare di organizzare qualcosa di più serio, grazie anche alle cose che facciamo uscire ed ascoltare.. Al momento credo che nessuno di noi quattro ha voglia o modo di girare per l'Italia o l'Europa su un furgone, come invece stanno facendo alcuni nostri amici col loro gruppo, sbattendosi un sacco. Li ammiro molto.

    Come ben si sa, Music Reviews 2.0 dà molta importanza alla musica emergente. Qual è il vostro consiglio da dare ai quei gruppi che sono alle prime armi che magari seguono proprio il vostro stile?

    FB: Essenzialmente di suonare ciò in cui si riconoscono e di non prendersi troppo sul serio… quando senti che non stai più facendo musica che ti rappresenta per me è sempre una grossa sconfitta, e in ogni caso, la gente ti giudicherà da quello che trasmetti loro, non dal fatto che sei capace di darti un tono o di adattarti al mercato.

    NS: Oddio.. Non ho mai seguito consigli e non so da che pulpito posso darne.. Sì, direi che sono d'accordo con Fabio comunque.. Mi fanno un po' pena, ma anche schifo, quelli che cercano in tutti i modi di andare in tv, nei reality o che fanno le selezioni per Sanremo Giovani. Credo che la cosa più importante sia avere una propria visione e seguire quella, senza preoccuparsi di piacere al tizio del provino che ti deve dire sì o no.. Non adattatevi agli altri, fate adattare loro a voi.

    DP: Suonare quello che si sente dentro, senza nessuna voglia di emulare qualcuno.. credo sia l'unico consiglio che potrei dare.

    FG: Sciogliere il gruppo e andare a suonare in una cover band di Vasco Rossi, che arriva l'estate e nei bagni al mare c'è una gran richiesta.

    Grazie ai Worlich. Spero di rivedervi al più presto tra le pagine del nostro blog. Un saluto agli amici di Music Reviews 2.0

    FB: Grazie, ciao.

    DP: Grazie a voi e ai lettori e ai nostri "pochi ma buoni" fans!

    NS: Grazie a te, a tutti i collaboratori di Music Reviews 2.0 e ai lettori per l'attenzione. Su www.NoDestination.tk trovate il disco, in download gratuito.
  • Artists & Bands

    9 luglio 2010, di Martina "Sunrise" Zanzi
    (http://www.artistsandbands.org/ver2/interviste/2793-worlich)

    - A&B -
    Ciao ragazzi e benvenuti su A&B. Vi va di presentarvi?


    - Nicola Serafini [Worlich] –
    Ciao sono Nicola, 1\4 di Worlich. Il gruppo vero e proprio è nato alla fine del 2003, ma io e Fabio suonavamo già assieme da qualche anno. Abbiamo iniziato a suonare la chitarra quasi contemporaneamente.

    - Fabio Betti [Worlich] –
    Io sono Fabio, l’altra chitarra e voce dei Worlich.

    - Daniele Piovaccari [Worlich] –
    Ciao sono Daniele, ho conosciuto Fabio e Nicola durante una gita scolastica a Parigi, in quella notte gelida su un bateau mouche parlando di musica è partito tutto, suonavo la batteria da un annetto e sentivo la necessità di trovare qualcuno con cui mettere in piedi un gruppetto, chiamalo destino ma tutto è andato esattamente nel modo giusto quella sera.

    Come vi siete evoluti? Nel senso, avete attraversato, musicalmente parlando, diverse fasi prima di arrivare ad essere i Worlich di No Destination?

    - Nicola Serafini [Worlich] –
    Non penso ci siano state vere e proprie fasi. Senza dubbio nel tempo c’è stata un’evoluzione, abbiamo via via capito cosa tecnicamente funzionava e cosa no, e abbiamo imparato a scrivere canzoni sempre più solide. Io e Fabio ci siamo sin da subito dedicati alla composizione di materiale originale, ci passavamo idee e canzoni abbozzate già da prima dei Worlich.

    - Fabio Betti [Worlich] –
    Suono da quando conosco Nicola e fondamentalmente questo ci ha permesso di creare una sorta di sintonia musicale e artistica che poi ha formato il “nucleo” creativo della band, che dev’essere visto come qualcosa di molto eterogeneo, aperto. Preciso che per me suonare assieme a lui ha voluto dire molto soprattutto per capire il significato di ensemble; già dai tempi in cui passavamo le giornate giocando a risuonarci i pezzi degli Smashing Pumpkins e perlopiù a divertirci si è andata formandosi l’idea primitiva di essere una band, con proprie sensazioni, emozioni, necessità. Penso che ancora oggi una parte importante di merito per quello che riusciamo a trasmettere (non necessariamente solo a noi stessi) sia dovuto al modo in cui ci siamo influenzati a vicenda. Questo ci ha reso più affiatati, più legati ma soprattutto più consapevoli della direzione in cui stavamo andando.

    Il nome della band è abbastanza particolare: Worlich in realtà si pronuncia “War Leech”. C’è un nesso con la società odierna oppure è solo un bellissimo gioco di parole?

    - Nicola Serafini [Worlich] –
    In realtà nessuna delle due cose, non ha un significato. Il nome è venuto fuori quando ancora facevo le medie. Una mattina eravamo nel laboratorio di informatica divisi in gruppetti su ogni pc, dovevamo fare, se non ricordo male, una presentazione\pubblicità di un prodotto fittizio da noi inventato, e dal nulla venne fuori il nome. Mi ricordo che quando lo lessi in grande proiettato sullo schermo bianco visivamente mi piaceva, e pensai “sarebbe un bel nome per qualcosa”. Quando abbiamo iniziato a suonare assieme lo proposi e rimase. Worlich abbiamo poi scoperto essere un cognome piuttosto diffuso nel nord Europa.
    Voglio puntualizzare che la cosa di “war leech” è collegata solo alla pronuncia, dato che di solito Worlich viene pronunciato in tutti i modi tranne che in quello giusto.

    - Fabio Betti [Worlich] –
    Sì, e tra l’altro è molto frustrante il fatto che durante tutti i live di questi anni ci abbiano chiamato utilizzando ogni tipo di idioma e di derivazione fonetica tranne quella forse più naturale, spontanea. Talmente frustrante che abbiamo pensato di chiamarci “Eyafjallajokull”, da oggi. [esclusiva]

    - Nicola Serafini [Worlich] –
    Mi piace..

    Perché il carro armato in copertina e che nesso ha con il titolo dell’album, No Destination?

    - Nicola Serafini [Worlich] –
    E' arrivata prima la copertina, e solo in un secondo momento il titolo. Non c'è un vero e proprio nesso tra i due, o comunque il nesso non era voluto. Il titolo mi suonava bene e, come la copertina, è liberamente interpretabile. La cover mi piaceva da un punto di vista puramente estetico, ne volevo una che fosse a suo modo iconica. Mi sono sempre piaciute le copertine dove c’è solo l’immagine, senza il nome del gruppo o del disco, rende il tutto molto più artistico, diventano come dei quadri.
    Una delle prime volte che sono entrato in un negozio di dischi mi ricordo che la mia attenzione fu catturata da delle copertine tematicamente molto diverse tra di loro ma che avevano un qualcosa di comune e di indefinibile, che ti ipnotizzava: ho poi scoperto essere le copertine dei Pink Floyd, disegnate dalla Hipgnosis.

    - Fabio Betti [Worlich] –
    In effetti l’associazione carro armato - “war leech” – “no destination” poteva dare l’impressione di fare della dura ironia sulle politiche guerrafondaie e imperialistiche tristemente attuali della società in cui viviamo, ma non è così. Per quello abbiamo già “No one’s world”.

    Dopo che ho recensito l’album No Destination sono venuta a conoscenza del fatto che tale lavoro è stato realizzato per lo più da Nicola, all’interno del progetto Worlich. Qual è la motivazione?

    - Nicola Serafini [Worlich] –
    Sì il disco l’ho realizzato tutto io da solo a casa mia. Non ho mai detto agli altri tre “ok, lasciatemi fare questa cosa da solo” è successo e basta, in un periodo di tempo piuttosto lungo. Non appena ho imparato ad accordare la chitarra ho sempre scritto e registrato da solo tutti i miei pezzi, e al momento è l’unico modo in cui riesco a farlo. Non siamo mai stati uno di quei gruppi che va in saletta senza idee e inizia a jammare su qualcosa che poi si trasforma in una canzone. Se qualcuno di noi - finora è successo solo da parte mia e di Fabio - vuole proporre una canzone, ci mandiamo il provino in mp3 a vicenda dicendoci "ascoltala, prova a suonarci sopra", poi in sala tutti assieme la proviamo e l’arrangiamo, vedendo cosa viene fuori.

    Proprio per questo motivo, molto semplicemente, credo che non saremmo riusciti a fare un disco come No Destination come band. Le strade erano due, o registrare tutto live (con conseguente nostra insoddisfazione, credo) o chiuderci in uno studio per dei mesi, spendere migliaia di euro, una cosa impossibile e piuttosto stupida per un gruppo del nostro livello. Lavorandoci da solo senza scadenze o pressioni sono riuscito a dedicarci tutto il tempo che avevo e a farlo uscire il più possibile come ce l'avevo in testa. Credo di non essere mai andato a tentoni, dicendo “proviamo a fare questa cosa qui..”, al contrario per ogni canzone avevo bene in testa il risultato finale. Quando inizio a scrivere un pezzo riesco molto facilmente a visualizzarlo già finito, poi si tratta solo di scomporlo nei vari strumenti, sezioni, e iniziare a registrare. Quelli che non suonano (o non scrivono musica) probabilmente pensano che comporre musica è una cosa eterea, che devi camminare nudo in mezzo alla foresta, parlare con gli animali, bere assenzio, o fare cose da dandy con le tue costole, ma in realtà è un processo meccanico e non intenzionale, che nel tempo diventa automatico.

    L'idea generale del disco è iniziata a venire fuori già nel 2007. Per un periodo di tempo jammavo ogni giorno in camera mia con una drum machine e registravo dei provini grezzi ogni volta che trovavo un riff carino, o semplicemente un'idea. Metà del disco è stato scritto in questo modo, in tipo.. 2 settimane, assieme a molte altre canzoni poi scartate. Poi non ho fatto altro che chiudere la tracklist ed iniziare a registrarlo in modo sistematico.
    E’ stato relativamente facile fare l'album, ma ha richiesto una mole di lavoro assurda. Per un paio di anni ci ho dedicato tutto il mio tempo libero, c'erano pomeriggi che mi ascoltavo una trentina di volte di fila un mix provvisorio camminando per la stanza e annotandomi le cose che non andavano in termini di suoni, sovraincisioni, effetti, editing. Una cosa da paranoici. Quando impieghi 2 ore e mezza per registrare un assolino di 30 secondi perchè non ti piace il tocco che hai dato su una determinata nota realizzi che hai problemi mentali. Non avremmo mai potuto dedicarci così tanto tempo in quattro. Se non avessi lavorato in questo modo non ci sarebbe stato l’album. Ci sarebbero stati senza dubbio dei demo, o degli ep, questo sì, ma mi piaceva l'idea di uscire subito con un album in maniera totalmente indipendente, senza il benestare o l'approvazione di nessuno esterno al gruppo.

    Trovo che nell’album la componente maggiormente rilevante sia data da un suono più o meno ovattato. In molte canzoni viene reso protagonista il basso determinando quindi questa sorta di sottofondo soft. C’è una ragione particolare nell’utilizzo di questo suono?

    - Nicola Serafini [Worlich] –
    Per quanto riguarda il discorso 'produzione' il sound che avevo in testa più o meno era quello che poi ho ottenuto. Ho cercato di far suonare il disco nel migliore modo possibile date le mie limitatissime risorse. Questa limitatezza di mezzi tutto sommato era voluta. Tutto ciò che senti nel disco è suonato\cantato fisicamente da me: chitarre, bassi, tastiere, organetti, flauti, campanelli, percussioni, rumori, pedali analogici, armonie vocali. Tutto ad eccezione dei loop di batteria, che comunque ho manipolato e su cui ho lavorato parecchio, non accontentandomi del beat-preset-difabbrica.
    Mi piace puntualizzare che nella realizzazione del disco non ho usato nessuna periferica, o strumento virtuale, o suono MIDI, neanche una singola nota. E’ stata una scelta ben precisa, molto radicale.

    Non mi piaceva l’idea di poter emulare tutti gli strumenti con una tastierina, volevo che le canzoni avessero personalità e carattere, e questa cosa secondo me viene necessariamente fuori se cerchi di sfruttare al meglio i tuoi pochi mezzi. Tutto sommato mi piace essere limitato in questo senso, perché magari invece di strafare inserendo una emulazione di una sezione di archi di 40 elementi (che finisce poi col suonare come una canzone di Ramazzotti) te ne vieni fuori con una parte anche molto semplice di Ebow suonati col delay, o inserisci dei rumori che dal niente crescono e occupano tutto lo spettro sonoro. E’ un modo diverso di approcciarsi, “old school” se vuoi, ma con la comodità del multitraccia digitale. Come ho scritto nel retro di copertina, No Destination è un disco registrato in fiera bassa fedeltà, non è un disco lo-fi.

    E’ stato divertente dividermi tra il ruolo di autore, musicista e produttore, è una cosa estremamente creativa riuscire a coniugare il tutto. E’ piuttosto stimolante riascoltare il mix, schioccare le dita e dire “sta parte fa schifo, rifare”.

    Trovo particolarmente interessante il brano “Moon”. Com’è nato? C’è un contesto in cui lo si può inserire?

    - Nicola Serafini [Worlich] –
    Moon è la canzone del disco che tutti nominano, tutti. Non penso sia solo per il fatto che è la canzone più pop del disco, forse c’è dell’altro. E’ nata molto velocemente in realtà, l’ho scritta in un pomeriggio e nel giro di qualche giorno l’ho registrata. Forse piace proprio per il fatto che è spontanea. Spesso i provini e le primissime registrazioni pur con le loro imperfezioni sono la versione migliore di una canzone perché catturano lo spirito di quando le hai scritte, è una cosa che si perde quando inizi a raffinarle troppo. E’ un aspetto che ho considerato molto mentre registravo e arrangiavo i pezzi, credo di aver fatto un buon lavoro anche con le altre nove canzoni del disco.

    Lavorarci, ok, ma lasciare il tutto molto fresco e spontaneo. Una volta che hai l’idea per un pezzo poi gli arrangiamenti vengono fuori in pochi secondi, la melodia della voce pure, non è necessario sperimentare a tutti i costi. Una buona canzone deve rimanere tale anche suonata solo chitarra acustica e voce.
    Tornando al pezzo.. il testo di fatto non parla di niente, se non del mio lamentarmi quando invece avrei dovuto alzare il culo dalla sedia e fare qualcosa.

    - Fabio Betti [Worlich] –
    Sono totalmente d’accordo, ormai viviamo in un’era ipertecnologica dove qualsiasi cosa viene vivisezionata in maniera spaventosa alla ricerca del più insignificante dettaglio, il che non è ovviamente un male di per sé, ma lo diventa se poi la risultante è quella di avere cose talmente “perfette” da sembrare artificiose, finte, troppo distaccate rispetto all’ascoltatore... la musica è sempre stata e deve principalmente essere un modo di comunicare. Se la si comincia a fare solo per autocelebrarsi non è più arte, è semplicemente marketing.

    Quando ho letto la tracklist dell’album, mi ha colpito molto l’ultima traccia, la “Japanese Bonus Track”. Siete approdati anche in oriente? Ha avuto un buon riscontro l’album?

    - Nicola Serafini [Worlich] –
    Ma magari. JBT è di fatto la decima canzone dell’album, non una vera e propria canzone extra. Ha quel titolo perché subito dopo averla registrata ho capito che non poteva che essere usata come canzone di chiusura.. Tutto qui, un gioco.

    - Fabio Betti [Worlich] –
    In qualche modo sul titolo penso abbiano influito anche e non poco gli occhi costantemente spiritati di James Iha...

    Sempre parlando dell’ultima traccia, ho l’impressione che abbia un anima completamente estranea rispetto al resto dell’album o mi sbaglio? Perché è così mistica?

    - Nicola Serafini [Worlich] –
    In quella canzone c’è qualcosa. Non so se è per l’atmosfera, per i suoni, per il testo, per lo specifico momento in cui l’ho registrata, o tutto l’insieme, ma mi ricordo che le prime volte che la riascoltavo già dai primi secondi mi venivano i brividi sulla schiena, ed è una cosa che non mi succede praticamente mai quando ascolto musica. Non mi trovo molto d’accordo con te però sul fatto che sia estranea rispetto al resto dell’album, a mio avviso se entri bene nel disco l’atmosfera del pezzo la puoi ritrovare anche nelle canzoni precedenti, viene fuori soprattutto dalla metà dell’album in poi. Ma questo naturalmente è un mio parere.
    Quali sono i vostri progetti futuri?

    - Nicola Serafini [Worlich] –
    Per quanto mi riguarda è solo uno: scrivere canzoni sempre migliori. Forse sbaglio ma sono dell’idea che se facciamo uscire del buon materiale il resto verrà da sé. Sto già lavorando a qualche mio nuovo pezzo, la mia intenzione se riesco è far uscire qualche canzone in streaming entro la fine dell’anno, la prima già a breve. A dirla tutta avrei già un titolo ed una copertina per un nuovo album, che quasi sicuramente rimarranno definitivi, ma credo proprio che ci vorrà un sacco di tempo prima di una vera e propria nuova pubblicazione.

    - Fabio Betti [Worlich] –
    Voglio continuare a fare nuove esperienze musicali, a scrivere, a suonare; in questo rigoroso ordine. Ascoltando i miei vecchi demo (che custodisco gelosamente ancora nel mio vecchio pc di una decade fa...) e procedendo in ordine cronologico ho sempre la sensazione che si sia andato affermando un certo trend di maturazione nel mio modo di scrivere, al punto tale che non riesco nemmeno a confrontare per scherzo il primo pezzo che ho “scritto” con l’ultimo... motivo per cui sono sempre in cerca di nuovi elementi, nuove culture. Il mio principale obiettivo è quello di essere un compositore migliore, per me e per la band, di riuscire ad esprimere quello che ho dentro ma che è ancora forzatamente rinchiuso dentro di me perché non ho ancora trovato la maniera di farlo uscire. Migliorare come musicista è il secondo obiettivo, ma sono abbastanza consapevole che non mi avvicinerò mai troppo a Steve Vai... (e non sono sicuro che me ne importi qualcosa).

    - Daniele Piovaccari [Worlich] –
    Suonare, suonare, suonare il più possibile in giro..

    Una delle curiosità che mi piace soddisfare è sapere come le band si approcciano alla propria città, quindi vi chiedo, com’è essere Worlich e vivere a Forlì e Ravenna?

    - Nicola Serafini [Worlich] –
    Non so gli altri ma sinceramente io non mi sono mai posto la questione. Mi piace vivere qui ma penso che i Worlich sarebbero stati gli stessi anche da un’altra parte. Ci sono senza dubbio molti gruppi validi in zona, tecnicamente molto più bravi di noi, ma personalmente non mi è mai interessato molto il discorso “scena”, soprattutto in una realtà così piccola come quella italiana. Le mie influenze sono quasi tutte oltre oceano o oltre Manica. Anche italiane, ovviamente, ma non mi sento in nessun modo influenzato dalle band della zona. Anzi, ti direi quasi che la spinta per quanto mi riguarda è in direzione ostinata e contraria, citando De André.

    - Fabio Betti [Worlich] –
    Credo che alla luce del mondo in cui viviamo oggi, di Internet, delle comunicazioni su larga scala intercontinentali, dei download in rete, del social networking, della velocità impressionante con la quale ci scambiamo informazioni... sia molto più facile rispetto al passato captare il più largo spettro di influenze musicali possibile. Questo è fondamentale per non sedimentarsi, per aprirsi alla bellezza. Personalmente non mi sono mai sentito tanto campanilista da approcciarmi alla mia realtà locale in modo esclusivo e intimo; abbraccio da sempre l’ideale cosmopolìta, infatti. Mi piace sentirmi parte del mondo, ricordare a me stesso che posso oltrepassare i limiti convenzionali. Mi capita di pensare al “me stesso” che conosceva solo la musica nostrana, la trovo soggettivamente (e senza pretesa di assolutismo) una cosa un po’ deprimente... nel bene e nel male sono felice di aver allargato il raggio delle mie influenze musicali, perché ognuna di esse mi ha instillato qualcosa senza cui oggi sarei più arido. Quello di cui parlo è un incondizionato desiderio di guardare oltre un punto che alcuni ritengono bastevole a soddisfare la loro fame musicale, ma artisticamente questo non può essere possibile, per fortuna.

    Vivere qui è sicuramente diverso che vivere a Chicago o a Liverpool, su questo non ci possono essere dubbi... e l’amara constatazione a volte è che è più difficile riuscire a trasmettere determinate sensazioni a chi se ne sente estraneo, ma questo vale solo dal punto di vista del rapporto fra noi e il nostro pubblico; mentre non penso che, almeno per quanto riguarda me e Nicola, sia mai stata una limitazione crescere in questo ambiente non troppo stimolante, nel senso che abbiamo sempre dato la possibilità alla nostra creatività di svilupparsi lungo i percorsi anche non tradizionali, non banali. In definitiva è una questione più personale che oggettiva... puoi anche essere nato a Forlì e pensare comunque come uno di New York; il corollario però è che a volte, se non altro in senso emotivo, ti trovi a sentirti un po’ isolato all’interno del tuo micromondo ed è una cosa che non molti capiscono.

    - Daniele Piovaccari [Worlich] –
    Vuol dire essere Alternative Pop. La nostra prima etichettatura. Geniale.

    Grazie per il tempo dedicatoci. Vi lascio questo spazio per salutare i lettori.

    - Nicola Serafini [Worlich] –
    Grazie a te per questa intervista e ai lettori per l’attenzione. Se ci state ascoltando vi ringraziamo, non avete idea di quanto lo apprezziamo. Il disco è gratis, se vi piace scaricatevelo, ascoltatevelo, diffondetelo, è roba vostra.

    - Fabio Betti [Worlich] –
    Grazie, ciao.
  • Heart of Glass Recensioni

    21 agosto 2011, di Poisonheart
    (http://heartofglass.altervista.org/blog/?p=4436 )

    Eccomi con Nicola Serafini, dei Worlich. Beh inizio a chiederti, come mai dopo l’esperienza in full lenght di No Destination, hai deciso con I’m Glad di cambiare non solo formato ma in maniera spregiudicata di puntare molto su un garage più sperimentale che radiofonico? Ed oggi come descrivereste la musica dei Worlich a chi non vi conosce ancora?

    Da un lato avevo voglia di lavorare a qualcosa di più “snello”, non avevo assolutamente intenzione di buttarmi subito a lavorare su un secondo album vero e proprio. Il formato EP era un opzione, ma poi non è stata una decisione presa a tavolino. Ad un certo punto mi sono trovato con una manciata di pezzi nuovi e mi sono accorto che assieme stavano bene.. “Ok, allora ci facciamo un EP”. Per la serie “fare cose a caso” sono uscito prima con un disco di 10 pezzi e ora con una roba che potrebbe sembrare un demo. Però appunto non era detto che finisse così.. avrei potuto semplicemente pubblicare i pezzi in streaming via via che venivano registrati, slegati da una pubblicazione vera e propria. Probabilmente la via l’ha data Tilia, la cui primissima bozza risale all’estate 2009, mentre stavo finendo No Destination. Sì, comunque avverto senza dubbio un cambiamento nello stile, è più sgangherato e cazzone rispetto a ND, che invece rimane più composto e dentro i margini, almeno secondo me. Dal lato della produzione c’è molto meno edit, ci sono rumori che non ho tolto, quasi tutti gli strumenti sono suonati in uno o pochissimi take, gli arrangiamenti sono spesso scritti pochi minuti prima di registrare … forse questa cosa si sente, o anche no … il tutto è un po’ più spontaneo, c’è meno “manipolazione”. La voce tocca note più alte dello standard Worlich, è quasi sempre stonata ma appunto stavolta non mi interessava correggerla, cosa che invece prima succedeva molte volte (per chi non l’ha ancora realizzato, io NON so cantare.) Senza dubbio negli ultimi tempi erano cambiati gli ascolti e forse ho subito nuove influenze, per fare qualche nome Weezer, Rentals, Breeders, Pixies, Pavement, Blur, tutti gruppi che prima conoscevo solo di nome … ma comunque anche moltissima roba più recente, che ho metabolizzato e che quindi in qualche modo ha forse un pochino cambiato la prospettiva e l’approccio … e nello stesso modo ho lasciato negli scaffali dischi di altre band, prima fondamentali … Una cosa di cui mi sono accorto è che forse nei pezzi nuovi succede più roba rispetto a quelli vecchi, nel senso che in 10 secondi di canzone magari c’è un beat che cambia, o una melodia che cambia, una chitarra che entra ed esce … E’ tutto un po’ più compresso assieme, dove forse in passato c’era più che altro ripetizione e basta … ma probabilmente questa cosa la sento solo io. E comunque su No Destination non avrei mai potuto inserire una canzone che parla del mio cane, cosa che ho fatto stavolta.Descriverei la mia musica dicendo che è pop, influenzato da buona parte della musica che ascolto, partendo dalla fine degli anni ’60 ed arrivando fino ad oggi, con un forte accento sugli anni ’90. Le influenze sono moltissime ma probabilmente poi nelle canzoni non ci finiscono completamente. Per dirti, mentre lavoravo al finale di Oversleeping pensavo a Miles Davis, Bernard Herrmann, John Frusciante, Pink Floyd, tutti mescolati assieme, ma appunto poi chi ascolta non le riesce a cogliere tutte queste cose.

    Cosa vogliono trasmettere con la loro musica i Worlich? Ci sono messaggi particolari che veicolate o secondo voi la musica, in generale, non dovrebbe averne, ma solamente di volta in volta raccontare una storia diversa?

    Decisamente la seconda. Non mi è mai interessato molto dare dei messaggi, e non credo neanche di esserne molto in grado. Quasi tutti i pezzi di fatto non parlano di niente, o comunque di niente di troppo interessante. Il trasmettere un qualcosa è forse un elemento secondario, o che viene dopo tutto il resto. Mi rendo conto se una canzone è buona oppure no, alla fine conta quello, non il fatto che ci sia una “visione superiore” o cose simili. “Keep It Simple, Stupid”, come dicono gli informatici. Però la musica può essere benissimo anche un messaggio, perché no … però appunto a me non viene di fare così. E poi comunque il non essere espliciti ti permette di giocartela sul fatto che chi ha più fantasia di te possa interpretare i pezzi in un certo modo, così gli puoi far credere che era voluto. Ora forse questa cosa non funzionerà più perché l’ho spiegata, ma mi inventerò qualcos’altro. Neh.

    C’e’ nel panorama musicale (mainstream o underground che sia) una band, non necessariamente italiana, che ti piace particolarmente o a cui invidi un certo tipo di sound ? Ed esiste davvero questo indie-rock, o è solamente un appellativo per descrivere la scena di questi ultimi 4-5 anni?

    Dal fronte italico mi vengono subito in mente i Cosmetic, che han fatto un disco assurdo, “Non siamo di qui”: procuratevelo. Sono sotto La Tempesta e forse è attualmente l’unica band che davvero invidio, nel senso che mi piacerebbe suonare in una band del genere … sono stellari. Poi comunque negli ultimi tempi ho scoperto e ascoltato anche moltissima altra roba italiana: Bachi da pietra, Nokeys, Calibro35 (sovraumani), Il Teatro degli Orrori (anche se rischiano di diventare un pochino la parodia di loro stessi) … Anche i Distanti han fatto un gran bel disco.. Lo ascoltavo in macchina quando lavoravo a Forlì e passavo per Ronco. In questi giorni sto ascolando anche i Gazebo Penguins ... Poi vabbè, ci sono i nomi storici, Verdena, Massimo Volume ... che hanno ancora tutto da dire come se fossero ancora agli esordi … E’ un periodo d’oro per la musica italiana secondo me. Ovviamente anche tantissimi artisti\gruppi stranieri, ma l’elenco sarebbe sterminato. Relativamente all’indie-rock.. mah è solo un’etichetta.. Io personalmente il termine l’ho sempre collegato al revival garage rock che c’è stato a partire dai primi anni 2000, con quei gruppi tipo Strokes, White Stripes, Hives, (e successivamente Franz Ferdinand ma poi anche tutto il new wave degli Interpol e loro vari cloni…). Le chitarre elettriche sono tornate alla radio e in tv, dopo dieci anni di boy-band.. A posteriori le trovo a loro modo molto influenti, per la musica successiva … Hanno forse un pochino svolto la stessa funzione che aveva svolto il grunge 10 anni prima. Nelle vetrine dei negozi hanno messo le chitarre elettriche e gli amplificatori appoggiati ai manichini, e le scarpe già sporche e rovinate pronte da comprare. Però, appunto, rimane un’etichetta. Poi vabbè dentro al termine io ci metto dentro anche quelle robe tipo gli hipster che hanno l’account su Flickr e fanno foto a ringhiere con le polaroid o le lomo e si credono degli Andy Warhol incompresi, o vanno in giro vestiti da spaventapasseri, magari riempiendo i pomeriggi scannandosi a vicenda sui forum musicali su quanto loro hanno capito tutto e te no … son cose che mi hanno fatto sempre un po’ ridere. Boh.. io registro nel mio salotto con un pc che ha su ancora Windows XP. Sono indie? Sti cazzi.

    Festival estivi. L’offerta italiana quest’anno si spacca in due: da una parte resiste il metal (che tuttavia propone i soliti inossidabili nomi), dall’altra i grandi eventi più commerciali (vedasi heineken 2011) che offrono una scaletta poco coraggiosa e molto radiofonica. Secondo te, il nostro paese in materia di musica live, ha ancora qualche handicap col resto d’europa? E voi avete in programma di partecipare a qualche festival quest’anno ???

    Guarda … non sono mai stato un grande amante dei festival. A dir la verità non ho mai messo piede ad un festival. Troppa troppa gente, troppo casino, troppe ore di attesa. Chi me lo fa fare? Anche no. E poi son basso e non vedo un cazzo. Quando in tv ne trasmettono uno mi concentro sempre sulla fila più lontana possibile dal palco che riesco a vedere, e penso sempre “ma cosa sei venuto a fare? Non stavi meglio a casa?” Probabilmente si va ai festival più che altro per l’esperienza, il fatto di dormire in tenda, e far finta di essere a Woodstock, non tanto per i concerti in sé. Per i concerti io sono il tipo da club. Comunque, tornando alla domanda, la proposta non può essere che questa in Italia, visto il pubblico, il modo in cui si fruisce della musica, eccetera … Senza dubbio l’Italia musicalmente è indietrissimo rispetto a quasi tutti gli altri paesi europei ... Ma non tanto per mancanza di gruppi, anzi, come ho detto prima il periodo per la scena italiana è fenomenale, i gruppi bravi ci sono eccome.. E’ proprio una questione di ascolti.. E’ che alla fine son tutte nicchie che si chiudono in sé stesse.. Il “grande pubblico” non è molto interessato alla musica in sè, punto. Invece di provare ad ascoltare qualcosa dice “ah ma non è il mio genere”, “no ma questo non lo conosco” e si fermano lì. E’ un po’ come i genitori che conoscono le 20 canzoni di quando erano giovani e si son fermati lì da allora … Sarebbe un discorso molto lungo da fare, anche se forse finirei col parlare solo per quello che ho sentito dire.. Per quanto riguarda i Worlich: la nostra attività live al momento è fermissima e, almeno per ora, non penso riprenderà, se non eventualmente per qualche data in zona. Di fatto non ci siamo mai sbattuti molto per organizzare date, neanche agli esordi, è una cosa di cui ho sempre fatto a meno, sinceramente. Mi è sempre interessato molto di più scrivere\registrare\pubblicare.. E’ anche possibile che non suoneremo mai più live … Spero che la scena italiana non collassi su sé stessa per questa cosa.